Primo. Il tempo strabico

Giugno 28th, 2008

1.800 giorni. Il calendario dice chiaro e tondo che il tempo non ci manca. Tempo per costruire e tempo per crescere. Dopo l’accelerazione dei mesi scorsi dobbiamo ora imparare ad avere pazienza. Paradossalmente, lo strabismo e’ necessario. Tempi lunghi per l’alternativa a Berlusconi, tempi brevi per vincere a livello locale e in Europa. Il 2013 e’ più vicino di quanto appaia: arrivare a questo traguardo con un partito solido e credibile deve costituire l’ossessione del PD sul piano nazionale.

Sul territorio, invece, le sfide elettorali sono imminenti. Anche in questo caso dobbiamo capire il fattore tempo e sfruttarlo a nostro vantaggio: distinguere la pazienza che ci e’ richiesta a livello nazionale dalla frenesia necessaria per affrontare al meglio le prove locali.

Dimostriamo da subito - innanzitutto scegliendo i migliori candidati possibili per le amministrative - che la lezione l’abbiamo imparata. E bene.

Secondo. Ascoltare

Giugno 28th, 2008

Le esigenze del Paese, gli umori dell’opinione pubblica, le paure e le aspettative degli italiani.

Fanno rumore, ma molti non lo sentono o non lo vogliono sentire e perdono di vista cosa succede davvero nella societa’: percezione diffusa di insicurezza, vecchie e nuove forme di emarginazione, conflitti più o meno striscianti.

Si accusa la destra di brandire le paure dei cittadini ma non ci si interroga mai sull’origine di queste stesse paure. E Berlusconi in campagna elettorale, una volta tanto, più che parlare o straparlare, ha ascoltato.

Terzo. Tornare nel cuore degli italiani

Giugno 28th, 2008

Dobbiamo essere coscienti dei nostri errori, alcuni dei quali reiterati, e comprenderne le cause.

Perche’ non siamo più nel cuore degli italiani? Perche’ un partito nato dalle migliori culture politiche della Repubblica non riesce a essere nazionalpopolare? Perche’, in tempi di facile demagogia antipolitica, non proviamo a comunicare la nostra idea di civilta’ e di civismo, e a dire che, nonostante tutto, nessun esercizio intellettuale e’ così nobile, così alto, così degno come la politica?

L’analisi, se rigorosa, puo’ far male. Serve molto di più delle interviste rilasciate a orologeria, che non stimolano l’autocritica, ma alimentano tensioni e piccole guerriglie interne.

Quarto. Via da Roma

Giugno 28th, 2008

Radicamento, partecipazione, autonomie. Se ne parla molto. Soprattutto a Roma nei dibattiti sulla crisi dei partiti.

Per promuovere davvero il radicamento, pero’, a Roma bisogna stare un po’ meno. Deputati e senatori più presenti nel proprio collegio, amministratori locali meno ansiosi del grande balzo in Parlamento, circoli di partito aperti e in rete tra loro e con la struttura nazionale, network associativi disseminati sui territori: solo così possiamo mettere in piedi il partito della prossimita’ e delle autonomie.

Negli enti locali ci sono spesso le facce giuste e le idee nuove per rappresentarci. Perche’ vivono i territori e li conoscono. Perche’ sanno cosa dire e cosa fare. E farebbero ancora meglio se non fossero imbrigliati nei mille vincoli di un centro che pretende di sapere e di decidere tutto.

E’ indispensabile dar loro maggiore visibilita’ anche nel governo ombra, lasciargli voce e spazio nei dibattiti televisivi, nelle assemblee, negli appuntamenti di richiamo nazionale.

Quinto. C’e’ un lavoro da finire

Giugno 28th, 2008

Vogliamo essere il prossimo governo di questo Paese? Allora organizziamoci, costruiamo un partito capace di studiare e proporre, di essere su ogni singolo tema, e sulla visione complessiva del Paese, più competente e rigoroso.

Abbiamo le risorse per farlo: la cultura politica dei soggetti che hanno costituito il PD, le fondazioni, i centri di ricerca. Insieme alla competenza di tantissimi militanti e amministratori locali.

Facciamo del PD un laboratorio di selezione della classe dirigente, per reclutare quelli che sanno leggere i problemi e aggredirli con un vero senso dell’interesse generale.

Portiamo a termine la fase costituente, facciamo lavorare ancora le commissioni dell’Assemblea, che altrimenti non avrebbe più ragion d’essere.

Costruiamo effettivamente il partito su cui abbiamo chiesto il consenso con le elezioni primarie. Un partito davvero aperto, contendibile, realmente radicato sui territori. E democratico.

Sesto. La mescolanza

Giugno 28th, 2008

Sappiamo che il viaggio sara’ lungo. Ma siamo partiti con la voglia di non tornare più indietro.

Nessuna nostalgia; nessun desiderio di voltarsi per rimpiangere cio’ che e’ stato. Portiamole invece con noi, nel cuore, le nostre radici, le tradizioni che hanno fatto grande questo Paese. Ma facciamolo con lo sguardo proiettato al futuro: continuiamo a mescolarci, ad arricchirci reciprocamente attraverso storie ed esperienze diverse.

Non vogliamo una federazione di ex Ds ed ex Margherita. Riprendiamo il meglio dell’invenzione dell’Ulivo e conserviamo l’orgoglio di chi sa di aver cambiato pagina per dar vita all’esperimento politico più coraggioso e rivoluzionario della storia italiana.

Settimo. Senza timidezze

Giugno 28th, 2008

Cominciamo a rivendicare l’azione riformatrice del governo di Romano Prodi. Mettiamola a confronto con i fatti e non con gli annunci del governo Berlusconi. Confrontiamoci all’interno del Partito su cosa non funziona e su cosa c’e’ da fare per superare lo smarrimento di questi mesi. Ancora: proviamo, in vista delle elezioni dell’anno prossimo, a lanciare una grande campagna sull’Europa e sul suo futuro.

Gli italiani sono sempre più euroscettici? E’ proprio questo il momento di tornare ai fondamentali, ovvero ai nostri ideali più profondi e dire con chiarezza che o rilanciamo il processo di unificazione politica o l’Europa muore sotto il peso degli egoismi nazionali. E a pagarne le conseguenze sara’ non un progetto astratto, bensì le condizioni concrete di vita dei cittadini.

Ottavo. La chiamavano autorita’

Giugno 28th, 2008

C’e’ bisogno di autorita’. L’autorita’ dello Stato e delle sue istituzioni. L’autorita’ in famiglia, a scuola, nel mercato. L’autorita’ come certezza delle regole e capacita’ di farle rispettare.

Il Paese esige una politica in grado di decidere. Dobbiamo costruire ed elaborare proposte originali, identificare percorsi inediti di partecipazione e dialogo con tutti i soggetti coinvolti nel processo decisionale.

Solo così la politica puo’ recuperare autorevolezza. Solo così l’autorita’ ritorna tale e scongiura il rischio di precipitare nell’autoritarismo.

Nono. Ricominciamo da tre

Giugno 28th, 2008

Tre questioni da allarme rosso: conoscenza, donne, C.S.C.. Ripetiamo e sentiamo ripetere da almeno dieci anni che il nostro e’ un Paese bloccato e spento. Un Paese che non fa figli e che non valorizza risorse fresche come i giovani e le donne. Ripetiamo e sentiamo ripetere da almeno cento anni le stesse analisi sul Sud e i suoi ritardi.

Nonostante tutta questa retorica, i problemi rimangono lì. Allarme rosso, appunto. Emergenze irrisolte su cui il Partito Democratico ha il dovere di rompere i tabù e dire che senza un reale investimento in istruzione il Paese affonda. Che occupazione femminile e natalita’ sono direttamente proporzionali in tutti i Paesi moderni. Che non c’e’ una questione meridionale, ma che esistono Mezzogiorni che ce l’hanno fatta ed esistono, invece, tre grandi emergenze che si chiamano Campania, Sicilia e Calabria (C.S.C.).

Per risolverle serve una strategia finalmente mirata e dirompente.

Decimo. Esorcizzare “quota 12″

Giugno 28th, 2008

Dodici milioni di voti esatti nel 1996, raccolti tra PDS, Rinnovamento Italiano e Partito Popolare. Poco meno di 12 nel 2001, con Margherita e DS. Di nuovo 12 nel 2006 con l’Ulivo. E ancora 12, nel 2008, con il Partito Democratico.

Proprio da dodici anni non riusciamo a esorcizzare “quota 12″. e’ ancora più inquietante se ci ricordiamo che quella stessa quota fu toccata dal PCI nel 1976 e nel 1984. Attenzione: e’ evidente il rischio di un’idea ghetto di opposizione, della quale alcuni possono sembrare addirittura innamorati. Un’idea che non ci appartiene in alcun modo. Non apparteneva all’Ulivo, non appartiene al PD.

Dobbiamo invece aprire le porte a chi vuole entrare e condividere il percorso, senza sacrificare la nostra vocazione maggioritaria. Per vincere, per tornare nel cuore degli italiani, dovremo uscire dal nostro perimetro tradizionale.